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Femminismo
La strategia della bellezza
Dalla relazione di differenza con gli uomini all’impegno per il bene comune, lo stare bene insieme, gli spazi, l’architettura. Fare ad arte la città, oltre la brutalità e il rancore. Così le donne di Città felice cambiano la città.
di Renato Camarda
Camminate per le strade di Catania, nel traffico bloccato, tra automobilisti imbestialiti e pedoni esasperati, e a un tratto vi appaiono curiose costruzioni. Muri di plastica trasparente, vecchie caffettiere accatastate, mattoni scassati sparsi per terra. Sì, avete premura, ma l’attrazione è forte. Ci sono donne che lavorano con quelle cose e parlano con chi passa, sembra che si divertano. Guardate da vicino, chiedete, ed ecco, siete entrati nella Città felice.
Parlare con Anna Di Salvo è come entrare in un’altra dimensione, come viaggiare nel tempo e nello spazio, dal Medioevo ad Abu Ghraib, da Catania a Milano, dalla fecondazione assistita alle lotte di quartiere, dalla bellezza ai rifiuti, dalla storia alla filosofia. La storia delle donne e la filosofia delle donne. Perché tutto questo è femminismo, ma io non lo sapevo.
“A Milano, dice Anna, sul finire del ‘200 visse Guglielma la Boema, una nobile donna che ottenne grande seguito e grande fiducia dalla popolazione. Si formò un movimento, i guglielmiti, che alla morte di Guglielma fu raccolto da un’altra donna, Maifreda, poi perseguitata dalla chiesa e bruciata al rogo come eretica. Perfino i resti di Guglielma vennero dissepolti e bruciati. E per forza: Guglielma e Maifreda avevano contestato la colpa di Eva, avevano costruito una teologia al femminile, avevano sognato di riportare giustizia nei rapporti fra uomini e donne, avevano portato avanti una pratica di amore spassionato per la gente e la città di Milano.”.
“Città Felice, continua Anna, nasce a Catania dopo 15 anni di femminismo nel 1993, dopo altre esperienze come Le Lune e il Centro Agave. Nasce dopo il separatismo femminista degli anni ’80, quando ci siamo rese conto che tutta la ricchezza, tutta la soggettività femminile che avevamo creato doveva entrare nella quotidianità, nel pubblico. E dietro la creazione di Città Felice ci sono Guglielma e Maifreda, ma c’è anche Etty Hillesum, un’ebrea morta in un campo di concentramento, una donna capace di creare armonie, di esaltare l’amore e le cose positive, la bellezza della natura, anche nelle situazioni più tremende. E c’è una lunga schiera di donne, Virginia Wolf, Hanna Arendt, Maria Zambrano, Simone Weil. E poi ancora Carla Lonzi, le madres de plaza de Mayo, le Preziose, le Trovatore. C’è Via Dogana, la rivista della Libreria delle Donne di Milano”.
Dimmi qualcosa di questa ricchezza della soggettività femminile
“Parlo del processo che ci ha portato alla consapevolezza di essere donne, alla necessità di partire da sé, non da un essere neutro. Parlo della scoperta della solidarietà femminile, della nostra capacità di costruire reti e rapporti. Fino a metà degli anni ’80 tra di noi c’era ancora molta competizione, molto maschile incorporato. Ma la ricerca del sé donna ci ha portate alla libertà femminile, diversa dalla ricerca dell’emancipazione nell’emulazione con gli uomini. La scoperta dell’amore per te stessa, la scoperta che essere una donna non è una sventura ci ha aiutate ad aprirci al mondo e mettere in atto la pratica della relazione, cioè il rapporto sincero con l’altro, la capacità di ascolto, la condivisione d’impegno civile per il bene comune. La donna è portata alla relazione, è capace di mettere al mondo un essere diverso da sé, un uomo. Ma il rapporto con gli uomini è una relazione di differenza. I rapporti sono asimmetrici, non combaceranno mai, i nostri corpi e le nostre storie sono diversi. Eppure, il simbolico maschile e femminile si devono incontrare. E allora la nostra consapevolezza nuova è l’apertura agli uomini, al desiderio di fare cose insieme nella città, nei quartieri”.
E non solo nei quartieri, verrebbe da dire. Difficile trovare oggi a Catania un momento di impegno civile, un punto di discussione in cui Città Felice non sia presente. Acqua, rifiuti, antimilitarismo, parcheggi assurdi, extra-comunitari, corruzione, difesa del territorio, mafia, e avanti così. Una presenza costante, un’energia sorprendente.
“Guglielma Boema si era innamorata di Milano. E la città ne godeva. E allora, perché non spendere la nostra saggezza, il nostro sapere nella città, con attenzione ai piccoli, ai deboli, agli spazi offesi? C’è troppo simbolico maschile in giro, ma forse sarebbe meglio chiamarlo prepotenza. Ma mentre le donne hanno fatto un lavoro di decodificazione, gli uomini no, e questa prepotenza fa male anche a loro”.
Voi fate anche un discorso sulla bellezza
La bellezza è una strategia. Guardiamo le cose in positivo, invece di tradurre tutto al peggio. Non vogliamo vedere solo la brutalità, l’astio, il rancore. C’è la bellezza della città, ci sono le cose che contano. L’amore, la natura, lo stare bene insieme, il senso degli spazi, l’architettura, l’arte. Creare una città fatta per uomini e donne. Le nostre installazioni sono intuizioni per dare un messaggio.
Ecco, le installazioni sono le costruzioni che create nella città
E’ così. Noi facciamo ricorso a un linguaggio artistico che piace agli abitanti dei quartieri. E’ un’arte effimera ma chi l’ha vissuta può arricchire la propria percezione. La nostra arte usa materiali riciclati e crea una risonanza, un effetto a catena, uno scambio a rete con gli uomini e le donne della città, affinchè non decada il desiderio. Contro gli incineritori di rifiuti e i sorprusi della TARSU abbiamo costruito in Via Etnea una Pietroburgo di caffettiere ed una New York di bottiglie di plastica. La gente capisce. Abbiamo steso un telo di plastica sul fiumeAmenano, a Piazza Duomo, per simboleggiare la negazione dell’acqua, e la gente ha giustamente strappato quel velo. La cosa più bella è stato il perimetrare col gesso i palazzi antichi che si vogliono abbattere per creare il fantomatico Waterfront.. Abbiamo ritagliato su carta adesiva più di duecento orme di piede. Volevamo attaccare le nostre impronte intorno agli edifici per proteggerli simbolicamente e abbiamo invitato la gente a partecipare. E le persone hanno aderito, ma hanno fatto a modo loro: le impronte sono finite sui muri, sulla fontana, sulle panchine. Una riappropriazione più vasta di quella che noi avevamo pensato. A noi piace quello che facciamo, ci crediamo. E’ un nuovo modo di fare politica, creiamo relazioni, rapporti, attenzione alla bellezza. Mi piace fare arte insieme, vivermi la città, sentirmi a casa mia e montare cose in via Etnea o a Piazza Federico di Svevia, dove ormai ci conoscono tutti. Queste cose non cambiano la città? Noi ne vediamo l’efficacia”.
“Città Felice” è più di un’associazione
È un orizzonte dal quale dieci donne catanesi non distolgono lo sguardo da quindici anni.
È una scommessa attuata dal pensiero agente femminile di questa realtà siciliana per “far esistere” Catania.
Per dar nuovo vigore ai concetti, assopiti ormai da troppo tempo, di convivenza, civiltà, rispetto del territorio, bellezza.
Mi accoglie in casa propria, in pieno centro città, la presidente dell’associazione, Anna Di Salvo.
Il suo amore per la città e la sua storia parlano attraverso i suggestivi frammenti del “mercato delle pulci” di Piazza Carlo Alberto.
<<“Città Felice” -spiega- è nata a Catania nel giugno 1993, per iniziativa delle donne del gruppo “Le Lune”, con il desiderio forte di mettere ordine in città, ridefinendo il senso della sua vivibilità, della sua immagine e del suo funzionamento.
Sin dall’inizio, abbiamo messo al centro dell’attenzione la “Città” e quanto di positivo si muove in essa.
Uno spirito che ci ha dato modo di sperimentare che è possibile fare esistere Catania, alimentandola con una costante pratica di relazioni e con il rispetto dei patti che regolano la convivenza.
Non partiamo, ed è ciò che ci contraddistingue, da rivendicazioni o richieste di parità con il maschile.
Per ripensare la città, modificare le pratiche di convivenza, tessere un’opera di civiltà, amore e attenzione per i luoghi, partiamo dalla riscoperta della soggettività femminile e dal sapere ricavato dall’esperienza dell’essere donne.
Siamo lontane dal concetto di “pari opportunità”, a nostro avviso ancora troppo fondato su un presunto bisogno di tutela da parte della donna.
Il concetto di base è, per noi, “partire da sé”, che, tradotto in altri termini, significa mettere in gioco politicamente il senso ricavato dall’agire quotidiano, ascoltando il proprio corpo e la propria differenza sessuale.>>
Si guarda intorno, Anna Di Salvo.
La finestra che si affaccia sulla via di San Giuliano, una delle vie principali di Catania, svela, senza tanti giri di parole, la situazione non facile della città.
<<Da dieci anni a questa parte -continua la presidente, indicando un cassonetto dell’immondizia stracolmo sulla strada- abbiamo visto regredire repentinamente in città la qualità del convivere e dell’abitare.
Ciò che l’amministrazione catanese sta facendo è, secondo noi, abituare la gente al degrado interiore e all’inciviltà, attraverso il degrado esteriore.
Abbiamo assistito al dissolversi del senso della gentilezza, constatato come l’orgoglio e l’amore per le belle architetture, i luoghi storici della città, il patrimonio artistico catanese, abbiano ceduto il posto al lucro e alla speculazione, ad opera degli uomini che pretendono di governare Catania.
Di fronte a tali constatazioni abbiamo reagito mettendo in atto con maggior convinzione le nostre pratiche politiche e attuando con incrementata passione le nostre iniziative.
La nostra attenzione si è pertanto concentrata sulla necessità di riordinare, intanto, l’aspetto estetico cittadino, gli arredi urbani e la viabilità, alla luce di progetti che incarnino l’essenzialità e la pratica femminile.
Ci siamo sempre più convinte, nonostante il veloce avanzamento del degrado materiale e spirituale,
che una Catania ridisegnata e rinominata dal pensiero delle donne, vera, umana e vivibile, è possibile.>>
Il quadro che emerge dai racconti e dai documenti che la presidente mostra, è di una Catania sconfortante, in cui, dietro la movida notturna, si celano prostituzione, povertà, droga, bullismo.
Ma non solo.
Appare una Catania snaturata dalla storica assenza del piano regolatore e dalla recente velleità di renderla simile a realtà cittadine eterogenee e lontane.
<<Uno dei problemi maggiori della città -sostiene la presidente- è la speculazione.
Catania appare sempre più stravolta da opere inutili e costose.
Le leggi obiettivo, il progetto Urban e gli altri fondi comunitari (molti dei quali andati perduti per l’incapacità progettuale e la disorganizzazione della nostra amministrazione) non hanno fatto altro che creare angoli di Palm Beach (come al lungomare Plaja), di Ramblas e di Champs Elisees laddove la città dovrebbe e vorrebbe solo somigliare a sé stessa.
Un disordine di forme e colori che è solo simbolo di un caos interiore.
E tanti, troppi, sono stati e continuano ad essere gli scempi operati soprattutto dall’ultima amministrazione comunale in nome di questo caos.
L’esempio più triste e più eclatante sono le ville Liberty del Fichera, abbattute o abbandonate e in decadenza.
Il Corso Italia e altre zone un tempo splendide della città, oggi hanno perso quell’identità architettonica che le rendeva uniche.
Noi ci siamo opposte a questa logica, all’arroganza di chi si vuole appropriare dei beni culturali, ignorando e deridendo il concetto stesso di bene pubblico e distruggendo il “senso” di questa città.
Ci siamo opposte, ottenendo anche delle vittorie importanti.
Siamo riuscite ad arginare quel progetto dissennato del Comune di Catania e dell’Italferr denominato “Water Front”, secondo il quale più di 50 palazzi Liberty nel cuore più antico di Catania e alcuni importanti siti archeologici (la Naumachia romana, le terme dell’Indirizzo e il pozzo di Gammazita), avrebbero dovuto essere abbattuti per il raddoppio del tratto ferroviario Catania-Siracusa, costringendo peraltro gli abitanti ad essere “deportati” chissà dove.
E ci opponiamo ancora ad altri progetti scriteriati.
Come il cosiddetto “Catania Risorse”, che prevede la privatizzazione e la vendita di alcuni gioielli del patrimonio architettonico cittadino, quali il salone della Cgil, o il Salone S.Chiara al Castello Ursino, per farne delle strutture alberghiere.
O il piano di allargamento di Sigonella, che prevede la costruzione di 1500 villette sui terreni, di proprietà Ciancio, limitrofi a zone come l’antica Leontinòi.
Ancora una volta lottiamo, insomma, contro quella politica arrogante della nostra amministrazione e di alcune lobbies locali che si arrogano il diritto di scavalcare il senso stesso di “bene pubblico”.
Certo, abbiamo ingoiato purtroppo anche delle sconfitte, quali lo scempio di Piazza Europa, consumato sotto gli occhi ancora increduli della comunità catanese.>>
Ma voler dare un nuovo volto a Catania non vuol dire solo questo.
<<Vuol dire molte altre cose -chiarisce la Di Salvo-.
Vuol dire innanzitutto dare un nuovo volto, più rispettoso del territorio, all’economia cittadina.
Ancora una volta, le leggi dello spreco e della speculazione, dalla logica del profitto e del mercato frantumano la memoria, la storia e la cultura della città.
Noi riteniamo invece che ci possa essere un’economia sensata per la città, attenta alla vera natura e alla complessità del contesto, che tuteli, ad esempio, le attività creative e artigianali, che prenda vita dagli scambi, dalla vendita e dal consumo dei prodotti locali e delle merci importate alla luce di necessità reali.
Un’economia, insomma, del “pubblico-domestico”, una dilatazione dello spazio domestico dove far circolare il tesoro dell’esperienza femminile e trasferirne le conoscenze.>>
A scardinare facili stereotipi, gli strumenti di lotta di “Città Felice” non sono la raccolta firme o i sit-in.
<<Le nostre lotte -precisa ancora la portavoce dell’associazione- sono condotte attraverso l’Arte (installazioni, performance, proiezioni ed eventi cinematografici).
Importanti per noi sono anche i convegni (come quelli storici rispettivamente del ’93 e del ’95, “L’ordine femminile ridisegna Catania” e “Il pensiero femminile agente a Catania”), gli incontri e le iniziative mirati alla diffusione del pensiero di donne che hanno esteso la logica dell’amore per la libertà della donna, dell’ascolto e della comprensione, come Etty Hillesum, Hanna Harendt, Carla Lonzi, Virginia Woolf.
Ma il nostro agire consiste soprattutto in una pratica che mira a costruire reti di relazioni e legami politici sul territorio e oltre.
Con le cittadine e i cittadini, le associazioni, i sindacati, le Ong e quelle figure politiche che, al di là delle etichette, possano e vogliano mettersi in relazione con la presenza e il pensiero agente femminile catanese.
Quello che ci interessa prima di tutto è mettere in essere incontri tra donne e tra donne e uomini in carne e ossa, oltre ogni sigla, che scambino pratiche e saperi, confliggano e si modifichino a partire dal saper dar senso alle proprie differenze.
Esplicativo, in questa direzione, il nostro continuo bisogno di entrare a diretto contatto con le donne e gli uomini dei quartieri dove abbiamo scelto di operare: San Berillo vecchio (quartiere “a luci rosse” di Catania oramai quasi disabitato, in cui è nato il comitato “Babilonia”) e piazza Federico di Svevia.
Qui, in particolare, l’associazione da quattro anni, organizza l’iniziativa “Pomeriggi a piazza Federico di Svevia”, dove ad incontri e dibattiti si affiancano interessanti performances artistiche e ci si scambia oggetti, cibi, ricordi, problemi.
Il nostro scopo è sollecitare nella cittadinanza, il desiderio di non delegare, ma prendere decisioni in prima persona ed esprimere la propria volontà, per riconquistare la gioia e la sicurezza di poter vivere il proprio spazio. In un rinvigorito senso del vivere civile, del rispetto reciproco e della convivenza.
Natya Migliori