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Documenti e contributi
L'Unità - 18 ottobre 2003
Ho scelto le donne (e me stesso)
Stefano Sarfati Nahmad
Grazie a mia mamma, il femminismo è stato presente intorno a me fin da piccolo e quando intorno ai trent'anni, grazie alla relazione con la scrittrice Bibi Tomasi, amica e maestra, sono entrato con esso in rapporto diretto (passando così da figlio a giovane uomo), mi sono accorto che era la cosa più significativa che avevo incontrato anche perché non mi sono mai trovato a mio agio nella cultura dominante maschile dove anzi mi sentivo sempre inadeguato, non capito, isolato, impotente e colpevole.
Ho scelto le donne, il che ha significato poter fare a meno dell'approvazione maschile per non volerne pagare il prezzo e non prescindere mai dalla mia relazione con alcune donne per me preziose; ho custodito anzi questa relazione come un tesoro, come un mio nucleo che mi orienta nel mondo. Scegliere le donne ha significato "sentire" la differenza sessuale e di conseguenza sentire la mia differenza, la mia mascolinità.
Così, mentre i miei amici guadagnavano una posizione sociale investendo nel lavoro, io ho seguito una ricerca personale che aveva come luogo fisico la Libreria delle Donne di Milano e come spazio mentale una domanda: può la pratica politica del femminismo, che ha dato agio, indipendenza e protagonismo alle donne essere buona per me? Mentre stavo constatando che sì, mi sono accorto che la domanda più urgente era un'altra: essendo la donna cambiata, può l'uomo non cambiare?
Un giorno, un collega simpatico mi dice: per me le donne sono la cosa più importante. Anche per me, penso. Però, tempo dopo, per scherzare, manda a me e ad altri colleghi una mail goliardica che suggerisce un mondo di uomini superiori e di donne povere subalterne. Mi sono chiesto a lungo: perché un atteggiamento così ambivalente e contraddittorio? Solo quando, su invito di una donna, ho cercato una risposta dentro di me, e pensato alle mie difficoltà, ho capito che al suo desiderio di relazione con l'altro sesso corrisponde un'incapacità di saperci stare con agio e piacere.
Non è facile reggere il confronto con una donna (e le donne) quando "lei" è più viva e presente nel rapporto personale e nelle relazioni sociali, quando "lei" è più brava sul lavoro, guadagna di più … Non è facile essere uomo, di questi tempi.
Come uscirne? Credo che la strada sia una sola: l'uomo deve affrontare sé stesso, deve riconoscere quello che è oggi, quello che gli manca e cercare di guadagnarlo. E credo che in questo percorso l'aiuto femminile sia fondamentale anche se non dovuto. Va guadagnato. Io ringrazio ancora oggi la Bibi che ha innescato in me il desiderio, la curiosità il senso di libertà necessari a iniziare un percorso di cambiamento che già oggi mi da un senso di agio e piacere nella relazione con l'altro sesso ma anche forza di contrattare una relazione dove ci sia più spazio per me.
Il manifesto 26 Luglio 2008
Imparare a vedere le donne
Marco Deriu e Stefano Sarfati Nahmad
Austriaco di famiglia ebraica, direttore di Les Temps Modernes, la rivista di Jean Paul Sartre di cui era il braccio destro, fondatore con Jean Daniel del Nouvel Observateur, André Gorz è stato uno degli uomini importanti della sinistra pensante francese; qual è il risultato netto della sua vita? Dopo averci vissuto vicino per cinquantotto anni, scopre sua moglie.
È il 2006, ha 83 anni, sua moglie Dorine è gravemente malata, è sul punto di perderla, e sente il bisogno di scriverle una lettera - da poco tradotta per le edizioni Sellerio: ne ha scritto su il manifesto Rossana Rossanda nelle sue "Note da lontano" del 26 aprile - che sembra quasi un testamento politico, dove nomina l'importanza della relazione che lo legava a lei.
In un suo libro giovanile infatti l'aveva presentata come la solita donna dipendente dal maschio, una donna che si sarebbe distrutta senza di lui. Mentre ora l'intellettuale francese è disposto a riconoscere che era piuttosto vero il contrario, era lui ad avere bisogno di lei, sul piano professionale e politico non meno che su quello umano.
Una dipendenza rimossa
La domanda centrale del libro: "Perché sei così poco presente in quello che ho scritto mentre la nostra unione è stata ciò che vi è di più importante nella mia vita?", apparentemente una questione privata, viene invece posta pubblicamente e resa politica, perché il legame di dipendenza che Gorz rimuoveva è la dipendenza che ogni uomo, più o meno consapevolmente, cerca di nascondere. Una dipendenza che viene rimossa probabilmente perché porta con sé l'ombra della madre o il riconoscimento della propria vulnerabilità.
Dunque c'è qualcosa di paradigmatico e di esemplare nella storia di questo vecchio intellettuale francese che sul limitare della sua vita si accorge del trucco e sente una spinta incontenibile - come mosso da un senso di giustizia e di verità - a riconoscere assieme una dipendenza e un debito. Un debito umano, un debito d'amore, un debito politico. Come ha scritto Rossanda, con questa lettera André chiedeva perdono a Dorine, e non succede spesso che un uomo lo faccia.
"La politica si fonda sulla pluralità, nasce nell'infra e si afferma come relazione", diceva Hannah Arendt. La politica è il gesto di uscire da sé e di aprirsi al mondo, riconoscendo che l'altro abita già dentro di noi. Cosa significa, da ultimo, fare politica se non andare oltre l'apparente discontinuità degli individui per curarsi della trama che ci lega gli uni agli altri?
Qui sta il nucleo di quello che possiamo imparare: la politica si fonda sulla cura sapiente di questi rapporti e al tempo stesso sulla capacità di ascoltare e apprendere da questi rapporti. Dunque nessuna buona politica è possibile finché non diveniamo capaci di riconoscere i legami che ci fondano e che ci tengono in vita.
Voltandosi indietro Gorz riconosceva che l'impegno verso la vita e verso la politica è stato sempre il riflesso del suo legame con Dorine. Tutta la ricerca filosofica e intellettuale, tutta la passione politica, la vita stessa si sono rese possibili solo grazie alla sua relazione con lei.
Noi ci vediamo anche lo specchio di un'umanità possibile, di un mondo finalmente abitabile, per questo pensiamo che la sinistra italiana dovrebbe compiere lo stesso passo di Gorz.
C'è anche un altro motivo, che forse è anche la vera causa del cambiamento di Gorz, e cioè che le donne sono cambiate. Il femminismo ha cambiato le donne, che oggi sono protagoniste nei rapporti personali, nelle famiglie e nel lavoro. Il mondo non è più lo stesso di prima, stiamo assistendo, dopo il crollo delle principali ideologie identitarie nel mondo, alla crisi dell'identità maschile.
Come nel film Evilenko di qualche anno fa, nel quale un uomo, impazzito per il crollo dell'Unione Sovietica, diventa un serial killer, così in Italia e nel mondo, uomini impazziti per la perdita di un simbolico che ci vorrebbe duri e forti, non sopportando di sentirsi umiliati da una donna, prima la ammazzano e poi o si ammazzano o si consegnano remissivi alle autorità.
La cosa strana è che questa crisi, questa resa totale del sesso maschile, va di pari passo con un perdurante disprezzo degli uomini verso le donne che si esprime a destra, con il reiterato tentativo di legiferare sul corpo della donna, con l'imperante modello velina, con il parlare di prostituzione come se stessero risolvendo un problema femminile e non piuttosto un problema legato alla sessualità maschile.
Differenza e parità
A sinistra invece gli uomini, soprattutto quelli dei partiti e gli intellettuali, sembrano ignorare le donne: mentre il femminismo parla di differenza femminile, la sinistra prende per buona la parità, mentre la gran parte delle donne che lavora svolge un lavoro autonomo di seconda generazione (si veda il bel saggio di Sergio Bologna Ceti medi senza futuro?, Editore Derive e Approdi), alcuni sindacalisti della sinistra continuano a vedere solo gli operai.
A guardare bene, più che ignorare, sembra che questi uomini fingano di ignorare perché l'apporto femminista indebolisce i loro schemi mentali che, come rileva Carlo Spagnolo su il manifesto del 18 giugno, sono arroccati in una "difesa identitaria" che è ferma al "conflitto comunismo/capitalismo".
Noi pensiamo che sia ormai giunto il tempo per un cambio di civiltà basato sull'amore per le donne la cui precondizione, come insegna Gorz, è imparare a vederle, è capire il reale valore della loro presenza, è avere la capacità di commisurare a noi stessi, in termini reali, la differenza femminile, è saper dare autorità a una donna non solo nelle relazioni affettive e quotidiane ma anche nello spazio pubblico.
Poiché il nostro modo di amare e di far politica sono sempre intimamente e misteriosamente collegati.