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Documenti e contributi
Storia di cinque pipistrelli in croce
(di Anna Di Salvo)
La mafia rende l'aria pesante in Sicilia, un'aria che respiriamo tutti, siciliane e siciliani. A Catania, la città dove sono nata e vivo, adagiata su strati archeologici e costruzioni che vanno dalla colonizzazione greca alla dominazione borbonica, la "questione mafia" ha costituito e costituisce il problema più inquietante di questi ultimi centocinquanta anni di storia e di cultura. Quasi tutti i cittadini/e di Catania e provincia hanno avuto la disavventura di scontrarsi nel corso della loro vita in modo più o meno cruento con l'arroganza mafiosa. A parte gli episodi di quotidiana violenza di cui la mafia, insieme alla guerra e allo stupro, è l'estrema esasperazione, sappiamo che spesso coloro che operano nel ramo del commercio hanno subito vessazioni, intimidazioni e regolari attentati che hanno compromesso la conduzione dei loro esercizi. Chi lavora nelle scuole a rischio di Catania e provincia, si è dovuta attrezzare contro minacce e aggressioni di genitori mafiosi e di alunni inoltrati sulla stessa strada, quando addirittura non di operatori della stessa scuola. Le/gli impiegati dei pubblici uffici, a parte i normali "favoritismi", sono stati testimoni o complici involontari di brogli gravissimi a favore dell'onorevole o del boss di turno. Le/gli studenti universitari si sono scontrati spesso con la difficoltà di superare gli esami o di accedere alla carriera universitaria perché il "barone" doveva favorire ben altri "protetti" e cosi via. Sicuramente molte di queste nefandezze accadono anche in altre città d'Italia, ma il dato che distingue il malcostume generalizzato dall'episodio mafioso è la brutalità e la violenza che di solito fanno seguito alla prepotenza e all'intimidazione iniziale se non v'è stata "obbedienza" da parte della vittima. Al presente, però, a Catania partiti, gruppi, associazioni e in primo luogo l'attuale amministrazione comunale, propongono ai cittadini, con ritmi incalzanti, una miriade di iniziative a riprova di un forte desiderio di riscatto sociale, culturale, economico della città. Ma in tutto questo fermento l'appello alla differenza sessuale è marginale e l'ordine simbolico maschile rimane l'unica chiave per leggere la realtà di Catania. La scommessa, di rimettere al centro dell'attenzione la città, di convogliare le energie sulla vita delle relazioni che la fanno essere, è anche il senso della politica che da anni condivido con altre donne di Catania - le donne del "Pensiero di Agave"- a cui, infatti, abbiamo dato il nome di -"Città felice".
La questione mafiosa con i suoi relativi sviluppi, costituisce oggetto permanente della nostra riflessione, rappresentando il focus che ci consente di individuare cosa manca in questa città e qual è l'elemento necessitante e desiderante che muove la nostra politica. A noi è chiaro che, al di là dei fatti che ho ricordato sopra, mafìa è anche ogni gesto di intimidazione, coercizione, prepotenza che affonda le proprie radici nel maschilismo patriarcale che per secoli ha costituito la mediazione corrente e più di "rispetto" nei rapporti tra uomini e tra uomini e donne in Sicilia. (per Questa mediazione però, oggi, non è più la sola visibile. Lo ha notato anche lo sceneggiatore del film Non parlo più, girato per la seconda rete tele visiva, che si riferisce alla vicenda di Rita Atria. Egli ha sottolineato a Mixer, che il dato più importante che voleva emergesse dal film è quello del coraggio che le donne siciliane dimostrano nella lotta contro il maschilismo e contro la mafia. Sicuramente l'agire appassionato di queste donne (per fare alcuni nomi ricordo anche Rosaria Costa, -Emilia Bonsignore, Pina Grassi, Giovanna Terranova, Michela Buscema), cosi brutalmente ferite nel profondo, rappresenta in parte, per loro, un motivo per mantenersi in rapporto sinergico e vitale con l'esistente, e forse i guadagni ricavati, -dal senso delle loro scelte sono da ricercarsi nei piccoli gesti di ordinaria pietà e di irriducibile -disobbedienza al "padre", che le immagini televisive o la cronaca quotidiana inoltrano nelle nostre case. Tale è per esempio il gesto della giornalista,che a Gravina di Catania, anziché fotografare due giovanissimi "morti ammazzati" stesi nel sangue, copre piangendo i loro volti con un lenzuolo. Capire e interpretare il comportamento femminile - quando si discosta dalla complicità con l'ordine del "padre" - come il coraggio di donne, protagoniste di singole verità che hanno comunque contrapposto alla mafia i loro corpi di dolore, o di silenzio, o di lotta, mi sembra il modo di porgersi più adeguato, al di là degli schemi ribaditi più volte dalla sinistra tradizionale che vuole le donne "eroine" in prima fila al pari degli uomini nella lotta contro la mafia. Non è valutando in una graduatoria di merito le donne che si sono scontrate con la mafia (es. la collaboratrice di giustizia è più brava di quella che non collabora, la moglie del magistrato ucciso che insiste nella lotta alla mafia è più brava di quella rassegnata che non reagisce, ecc.) che si mette in campo la competenza di partecipare all'esperienza umana di ciascuna, di ciascuno. Questa, che definisco "competenza simbolica", aiuta me e le donne con cui sono in relazione politica, a modificare nel quotidiano le pratiche di [Convivenza, a tessere un'opera di civiltà. Cercherò di spiegare cosa intendo, raccontando della mia pratica di insegnante. Da circa due anni insegno in una scuola del centro di Catania, ma per i sei anni precedenti ho insegnato educazione artistica nella scuola media di un paese dell'entroterra catanese, ricco di testimonianze storiche e opere d'arte, ma inquinato da una stratificata mentalità mafiosa oltre che da oggettive infiltrazioni malavitose provenienti dai paesi circostanti. Sin dai primi approcci, le/gli alunni di quel paese mi avevano rimandato il senso del loro arroccamento nella diffidenza e nell'atteggiamento omertoso. Poi, pian piano, grazie ai rapporti positivi costruiti per coincidenza di desiderio con alcune colleghe della scuola, ho potuto destabilizzare una parte di quel modo di pensare, conquistare la loro fiducia, soprattutto di quelle ragazzine che conoscevano sulla propria pelle il disagio di vivere in una società maschili-sta, brutale e mafiosa. Credo di poter riassumere in due episodi la difficoltà, il senso di inadeguatezza, ma al contempo la determinazione che mi hanno indotta, insieme ad altre insegnanti, ad affrontare una realtà che rifiutavo perché non coincideva con la mia idea di "sicilianità", ma che non potevo evitare ne rimuovere, perché mi era piombata pesantemente addosso. Il primo è quello d'aver preso atto del gesto sconsiderato di alcuni ragazzi dell'oratorio del paese che, per abbellire un carro carnevalesco, avevano catturato in una grotta vicina e legato sul carro cinque pipistrelli vivi e li avevano lasciati agonizzare nel trambusto del carnevale. A riferirci l'accaduto, rischiando le debite ritorsioni, era stata una mia allieva molto sensibile, toccata dall'episodio. All'indignazione era seguita l'esternazione del nostro disappunto e la richiesta che l'oratorio si assumesse le proprie responsabilità. Le risposte che ne seguirono furono di intimidazione da parte dei più giovani, fino all'imposizione perentoria di mettere tutto a tacere da parte dei più adulti. Anche alcune/i colleghe/i, abitanti nel paese, si mostrarono contrari alle nostre richieste, perché ritenevano esagerato il nostro sdegno, temevano di venire omologati da noi alla componente ignorante e violenta del paese e avevano paura di andare contro i propri compaesani. La nostra risposta di insegnanti al paese fu quella di intensificare il lavoro di educazione e amore per la natura e l'ambiente, culminato a fine anno con uno spettacolo teatrale, incentrato sul rapporto felice tra le donne e gli uomini con il resto del mondo, spettacolo al quale assistettero anche gli ideatori del carro, i cui amici e fratelli più piccoli interpretavano i ruoli di animaletti, vegetali ecc. Il particolare più toccante della vicenda fu quello di una bambina che, essendosi da poco ripresa da una forma di anoressia molto grave, causata da una violenza sessuale subita in un parco del paese, ci chiese di poter interpretare nello spettacolo il ruolo del pipistrello che, benché ferito, continua a vivere. L'altro episodio si riferisce alla storia triste di una ragazzina di prima media, mentalmente ritardata, appartenente a un contesto familiare promiscuo e in odor di mafia, che aveva confidato ad alcune sue compagne di classe, che la famiglia la costringeva a prostituirsi a "zii compiacenti". Malgrado le esortazioni della preside a essere caute in quanto non "avevamo visto nulla con i nostri occhi" e di altre/i insegnanti che paventavano future disgrazie e ritorsioni, con le solite colleghe abbiamo ottenuto - coinvolgendo assistenti sociali, magistratura, carabinieri - che la bimba venisse accolta a Catania presso un istituto di suore, dove poter trascorrere il tempo della sua vita in maniera più idonea alla sua età e alla sua condizione. Questo risultato è stato possibile perché le compagne di classe della bambina accompagnate dalle loro madri, da noi insegnanti e dalla preside, che a quel punto si era tranquillizzata, hanno rivelato ai carabinieri le cose terribili che l'amichetta aveva confidato loro, insieme alla determinazione di volersi togliere la vita. La mafia rende l'aria pesante a Catania, è un'atmosfera che avvolge anche la rete di relazioni politiche cui abbiamo dato il nome di "Pensiero di Agave". E' per questo che con la "Città felice" siamo in diretto contatto e continuiamo a effettuare lo scambio necessario con quanto di positivo si muova a Catania; soprattutto, e parecchio è stato fatto in proposito, vogliamo che alle donne e agli uomini che amministrano la città giunga il senso della nostra politica, mossa e incentrata sul desiderio di restituire civiltà a Catania mettendo in campo e rendendo agente la mediazione femminile.